Storia dell'artigianato frosolonese
 
 

FROSOLONE, piccolo centro situato sui monti dell’entroterra molisano, è un paese di coltelli. Infatti l’attività della lavorazione dell’acciaio rappresenta da secoli la peculiarità del paese, che ad essa deve la sua fama nel mondo. Fino alla fine degli anni 60 del Novecento ogni vicoletto del centro storico contava più di una bottega di forbici o coltelli e già dalle prime luci dell’alba il tintinnio dei martelli sulle incudini era il suono caratteristico. Poi queste botteghe furono soppiantate da moderne industrie che negli ultimi anni si sono trasformate soprattutto in aziende commerciali. Quest’attività nei secoli scorsi era diffusa, oltre che a Frosolone,  un po’ in tutto il Molise: a Campobasso soprattutto ma anche a Ripalimosani, Limosano, Agnone, Longano. Secondo le statistiche del 1835 si contavano in tutto il Molise circa 500 artigiani dediti alla lavorazione dell’acciaio. Oggi Frosolone rimane l’unico centro, non solo della regione ma di tutto il meridione, dove ancora vengono prodotti coltelli e forbici.

La bottega scuola - Anni '50

Per quanto riguarda l’origine è da ricordare che i SANNITI, gli antichi abitanti di queste terre, grazie alla loro abilità nel forgiare  le armi resistettero per quasi un mezzo secolo alla dominazione romana. Si vuole che questa attività abbia avuto inizio tra il XIV e il XV sec. sotto la casata Monforte-Gambatesa. I Monforte giunsero a Campobasso nel 1312 provenienti dalla Francia ed uno di essi sposò Sibilla Gambatesa. Questi signorotti, dediti all’arte della guerra, probabilmente obbligarono i loro sudditi ad impratichirsi nella lavorazione delle armi allora usate e degli accessori metallici della milizia equestre, dato che in quel periodo Nicola Monforte richiese armaioli dalla sua terra. Successivamente, nel XVI sec., sotto la dominazione dei Gonzaga, che mandarono armaioli da Milano, e principalmente di Don Ferrante, duca di Guastalla e conte di Campobasso, munifico mecenate delle arti e delle industrie, queste lavorazioni ebbero un notevole sviluppo. Durante questo periodo i pugnali, le spade e gli altri arnesi che servivano all’armamento delle milizie, avevano acquistato notevole rinomanza. La lavorazione infatti era accuratissima e ad essa si aggiungeva l’ottima tempera e affilatura. Nel 1750 un editto di Carlo III di Borbone vietò la fabbricazione delle armi e costrinse gli artigiani molisani dell’acciaio ad una improvvisa riconversione produttiva che li orientò alla fabbricazione di forbici, cesoie, rasoi, temperini, coltelli e arnesi da taglio per le arti e l’agricoltura. A Campobasso queste lavorazioni furono soppiantate quasi del tutto agli inizi dell’Ottocento dall’introduzione (dovuta a Carlo Rinaldi) delle tecniche di lavorazione dell’ACCIAIO TRAFORATO. L’attività del traforo divenne la specializzazione degli artigiani campobassani e il nome di Campobasso divenne ben presto famoso in tutta Europa grazie alla partecipazione dei suoi artigiani alle principali esposizioni sia nazionali che internazionali dove ricevettero vari riconoscimenti. A Frosolone invece, dove secondo notizie dedotte dal catasto del 1780 si contavano ben 20 “ammolatori”, gli artigiani si specializzarono nella produzione di forbici e coltelli da lavoro e da tasca che spesso venivano marcati col nome di Campobasso sfruttando così la notorietà che Campobasso aveva acquisito sui mercati internazionali. Anche a Frosolone non mancarono artigiani che si distinsero per la loro maestria nella lavorazione dei coltelli. È da ricordare Giustino e Luigi Fazioli che meritarono una medaglia d’argento all’esposizione di Napoli del 1828. Nel corso degli anni, dalla fine dell’Ottocento al 1988, vi furono vari tentativi di costituzione di società cooperative che avevano come scopo principale quello di migliorare le condizioni economiche e sociali degli artigiani partecipanti. Sorsero così: L’Unione delle fabbriche dei lavori d’acciaio, dal 1900 al 1907; la Società operaia, costituita nel 1905; la Società Popolare Frosolonese <<L’Indipendenza>>; la Società Cooperativa dell’acciaio lavorato, dal 1907 al 1908; la Lega coltellinai, dal 1921 al 1923; la Società Cooperativa Coltellerie Riunite, dal 1944 al 1988. Ad eccezione di quest’ultima, tutte le altre ebbero vita breve. Alle difficoltà proprie dell’associazionismo, infatti, si aggiunsero due periodi di profonda crisi che colpirono il settore della coltelleria tra il 1908 e il 1911 e fra il 1927 e il 1933. Queste crisi furono caratterizzate da una elevata emigrazione di coltellinai e forbiciai verso altre nazioni, in particolare verso gli Stati Uniti d’America: soltanto durante il primo periodo di crisi oltre trenta artigiani lasciarono il paese. AquilanoTra coloro che abbandonarono Frosolone vi furono i fratelli  Michele (Mike) e Felice  Miranda che nel 1916 fondarono negli Stati Uniti, nella città di Providence, quella che divenne una delle più grandi coltellerie del mondo, l’ IMPERIAL KNIFE, dove lavorarono molti frosolonesi emigrati e che poi acquisì ed aprì stabilimenti anche fuori dagli USA: in India, Giappone, Messico, Germania, Francia e Inghilterra. Sono inoltre da ricordare anche i fratelli Federico, Domenico e Antonio Paolantonio i quali, emigrati prima del 1912, fondarono nel 1926, sempre a Providence, un’altra grande azienda, la COLONIAL KNIFE COMPANY.  Malgrado le crisi e la forte emigrazione la lavorazione dell’acciaio continuava a rimanere l’attività prevalente nel paese e a tal proposito basti ricordare che nel 1920 si contavano ancora ottantasei artigiani con officina propria: di questi settantatré erano coltellinai e tredici forbiciai. Per quanto riguarda i modelli prodotti, secondo recenti studi condotti da Francesco De Feo, massimo esperto di coltelli tradizionali italiani, il coltello cosiddetto AQUILANO è il più tipico dell’antica produzione frosolonese come documentano i punzoni su alcuni esemplari ritrovati (altre fonti chiamano aquilano un coltello a molla semplice tipico di Loreto Aprutino, imitato sia a Frosolone che a Scarperia dove è noto col nome di gobbo abruzzese). Si tratta di un coltello a serramanico di dimensioni piuttosto grandi, a molla fissa con più scrocchi col manico dritto o poco curvo ricavato da una punta di corno di bufalo o vaccino, di sezione piuttosto grossa e tondeggiante terminante con un becchetto calzato di ottone, lavorato con righe longitudinali e motivi romboidali e decorato con bande trasversali di ottone, con cuori, losanghe e scudetti dello stesso materiale o di alpacca incassati nel corno o anche con cerchietti di osso sul tipo degli occhi di dado dei coltelli d’amore. Le lame con bisellature appena accennate hanno punta sottile e si espandono leggermente al petto con poco sperone iniziale, hanno anche a volte un falso filo. Possono essere decorate da incisioni anche all’acquaforte. Un simile coltello non poteva non incorrere nei rigori della legge del 6 luglio 1871 che puniva non soltanto il porto dei coltelli a molla fissa, ma anche la loro detenzione, vendita ed esposizione. Così gli artigiani frosolonesi furono costretti ad una nuova riconversione produttiva anche se alcune famiglie frosolonesi produssero il coltello Aquilano fino ai primi anni del Novecento come testimoniano alcuni esemplari che hanno la punta della lama sagomata a dischetto per salvaguardare il fabbricante dai rigori della legge. I modelli che escono dalle botteghe frosolonesi dopo la legge del 1871, noti col nome di SFILATO e ZUAVA e ancora attualmente fabbricati, sono assolutamente diversi da quelli precedenti e non hanno più nulla a che vedere con la tradizione italiana ma hanno caratteristiche proprie dei coltelli francesi o inglesi da cui derivano. Il nome stesso della ZUAVA indica un coltello in uso tra gli zuavi giunti in Italia con Napoleone e deriva da coltelli prodotti a Chatellerault con la tipica lama a yatagan di moda dopo la campagna d’Egitto. Tale coltello a molla semplice fu subito adottato dai tre grandi centri industriali italiani (Maniago, Frosolone e Scarperia) per le sue caratteristiche conformi alla legge del 1871 che vietava i coltelli a molla fissa. A Frosolone venne addirittura imitata la tartaruga dei manici degli esemplari francesi, sottoponendo il corno ad un processo di ingiallimento mediante acido nitrico e ad una successiva operazione di maculazione mediante un miscuglio di calce vergine, minio e liscivia ricavata dalla bollitura di cenere vegetale. Questi manici “tartarugati” divennero il segno distintivo e immediatamente riconoscibile della produzione frosolonese al punto che, quando si sostituì il corno con la plastica, si utilizzò della plastica gialla puntinata di macchie nere, proprio per riproporre in qualche modo l’antica caratterizzazione del manico dei coltelli frosolonesi. Lo SFILATO, anche esso a molla semplice, deriva da modelli di Sheffield di fine Ottocento. Sembra che il primo a portarlo a Frosolone sia stato un arrotino della vicina Sant’Elena Sannita (distante appena 5 km da Frosolone, paese di arrotini e commercianti di coltelli e forbici) che commerciava a Napoli e che, avutolo da un marinaio inglese, lo fece imitare a Frosolone dove fu subito prodotto su larga scala divenendone il prodotto principale al punto che veniva anche chiamato “Frosolone”. Lo Sfilato fu successivamente imitato sia a Maniago che a Scarperia. Altri modelli tipici della produzione frosolonese sono lo SFILATO A PUNTATONDA e la MOZZETTA, diffusisi dopo la legge Giolitti del 1908, che proibiva la fabbricazione e la vendita di coltelli a punta con lama superiore a 4 cm, la RONCOLA e il COLTELLO DA INNESTO, usati soprattutto nel lavoro dei campi. Anche il COLTELLO A SCATTO fu prodotto a Frosolone fin dagli inizi del 1800. I più antichi esemplari giunti fino a noi sono marchiati PRIOLETTA, una famiglia di coltellinai frosolonesi e risalgono appunto all’inizio del 1800.

V. Piscitelli - anni 60   G. Piscitelli anni 30
     
 
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